“Il dilemma dell’ONNIVORO”

 

Copertina Adoro gironzolare in libreria, soprattutto alla Feltrinelli di Piazza Piemonte dove ci sono dei comodissimi divanetti e poltroncine  ganzissime  nelle quali sprofondare il sederino e cominciare a leggere. In uno dei miei ultimi “raid” mi è capitato sotto mano questo libro, che ha attirato la mia attenzione e che ho iniziato a sfogliare e a leggere: si intitola “Il dilemma dell’onnivoro“, è scritto da Michael Pollan (professore di giornalismo dell’Università di Berkeley in California), edito da Adelphi; costa ben 28 euri (‘tacci sua! Ma ha lo sconto del 15% quindi diventa più abbordabile…ma non l’ho comprato…per ora…) (tirchiu tirchiu tirchiu!).

Copio ed incollo la recensione che ho trovato nella rete a proposito di questo libro, che si colloca nel panorama della critica all’industria alimentare e alla sua globalizzazione:

Che cosa mangiamo e perché? Sono domande che ci poniamo ogni giorno, convinti che per rispondere basti sfogliare la rubrica di un giornale, o ascoltare per qualche minuto l’ultimo imbonitore nutrizionista ospitato in tv. Ma se quelle domande le si guarda un po’ più da vicino, come fa Michael Pollan in questo documentato e brillantissimo saggio, forse il primo sull’argomento a non prendere nessun partito, se non quello dell’ironia e del buon senso, le risposte appaiono meno scontate. Che legga insieme a noi le strepitose biografie del pollo «biologico» riportate sulla confezione di petti del medesimo, o attraversi le lande grigie e fangose del Midwest, dove milioni di bovini nutriti a mais e antibiotici vivono la loro breve esistenza fra immense pozze di liquame, egli arriva immancabilmente a conclusioni di volta in volta raccapriccianti o paradossali. Il problema, che Pollan descrive con rigore ed e- strema chiarezza, è che trovarsi al vertice della catena alimentare – cioè poter mangiare, a differenza delle altre specie, pressoché tutto – offre all’homo sapiens numerosi vantaggi, ma lo espone anche a quasi infinite possibilità di manipolazione. Per condurre una vita meno insana, dunque, l’onnivoro ha bisogno di sapere, sui propri appetiti e sui propri meccanismi adattivi, almeno quanto ne sanno gli strateghi dell’industria alimentare. In altre parole, ha bisogno di un libro come questo. ”

L’analisi di Pollan si concentra sull’industria alimentare americana che, secondo l’autore, è spia dei successivi mutamenti che potrebbero avvenire in Europa e in Asia, dove il localismo della cucina, anche se già pofondamente intaccato, è più difficile da sdradicare per la grande industria alimentare. In America, si sa, si mangia la m…, eppure quel tipo di alimentazione, peraltro profondamente scorretta e disequilibrata, riesce a varcare i propri confini e ad imporsi prepotentemente ovunque, con tutti gli “abomini” che si porta dietro.

L’argomento personalmente mi interessa molto, poichè occuparci di ciò che l’industria alimentare ci propina e che poi arriva nei nostri piatti e di come ci arriva, credo sia un nodo cruciale per la  salute di noi in prima persona, per la salute e talvolta per la sopravvivenza di milioni di esseri umani meno fortunati di noi e soprattutto (perchè se non sta bene la madre, non stanno bene i figli) per la salute della Terra.

In proposito vorrei riallacciarmi ad un articolo di Jeremy Rifkin (Presidente della Foundation on Economic Trends), che ho letto recentemente, dall’emblematico titolo “Una mucca salverà la terra“; cito alcuni dei numerosi punti salienti:

“La produzione di carne è responsabile delle carestie e del cambiamento del clima. Ecco perchè le popolazioni più ricche dovrebbero cambiare dieta. L’industria mondiale delle carni si è divorata fino al 40% delle terre coltivabili del pianeta ed ha trangugiato ingenti quantità di riserve di carburanti fossili affinchè un’esigua minoranza della popolazione terrestre possa banchettare con gli alimenti più in alto nella catena alimentare globale, mentre centinaia di milioni di altri esseri umani si trovano a dover far fronte a malnutrizione, carestia e morte. (…) Il vero problema, nel momento in cui il prezzo del petrolio continua a salire innescando aumenti dei generi alimentari negli anni a venire, è capire se dovremo usare i cereali per nutrire le bestie o per sfamare gli uomini. Ed è proprio questo ciò di cui nessun leader pare preparato a parlare” (notadiSilvia: come si è peraltro visto al vertice della Fao di Giugno). (…) Il punto è che sempre più terra coltivabile del pianeta è adibita alla coltivazione di mangimi per gli animali, il che significa che di conseguenza sempre meno terra è riservata alla produzione di cereali per l’alimentazione umana e tutto ciò influisce negativamente sul prezzo degli alimenti accessibili ai più poveri del pianeta. (…) Ma la crisi nata dalla contrapposizione di cereali per l’alimentazione umana e mangimi per animali non si ferma alle centinaia di milioni di persone affamate. Altrettanto importante , infatti, è il rapporto di causa – effetto tra i MANGIMI, AUMENTO DELLA PRODUZIONE DI CARNE, CONSUMI E RISCALDAMENTO GLOBALE. ”

Questo concetto Rifkin lo spiega molto chiaramente, e siccome spesso la televisione o i giornali riportano le notizie senza preoccuparsi che chi li legge o ascolta abbia veramente capito, mi sembra utile addentrarmi nel concetto (una volta parlavo con delle persone…si è finiti sull’argomento inquinamento e una di queste persone riportava quanto sentito in televisione: la bistecca inquina…e nella sua personalissima interpretazione il concetto era diventato “fare il barbeque inquina l’aria perchè produce fumo”. Ecco allora che la televisione disinforma); proseguo:

“In verità la carne (ottenuta da bovini cresciuti a mangimi) che portiamo in tavola è LA SECONDA CAUSA PER IMPORTANZA DI RISCALDAMENTO GLOBALE DOPO GLI IMPIANTI DI RISCALDAMENTO DELLE CASE. (…) Da uno studio della FAO delle Nazioni Unite pubblicato nel 2006 risulta che il bestiame produce il 18% delle emissioni di gas serra, ovvero complessivamente più di tutti i mezzi di trasporto. Il bestiame, soprattutto i bovini, è responsabile del 9% dell’ANIDRIDE CARBONICA prodotta dalle attività umane, ed è responsabile altresì di una percentuale altamente superiore di GAS SERRA ancora più dannosi. Al bestiame si deve infatti il 65% delle emissioni di PROTOSSIDO DI AZOTO rilasciato dalle attività umane: il protossido d’azoto ha un effetto sul riscaldamento terrestre pari a 300 volte quello dell’anidride carbonica. La maggior parte della emissioni di protossido d’azoto è dovuto al letame. Inoltre il bestiame emette il 37% di tutto il METANO riconducibile alle attività umane, gas che rispetto all’anidride carbonica incide nella misura di 23 volte sul riscaldamento del pianeta.” (…)

Avete capito le mucchine??! Prot…sprot…plot…e noi ce ne andiamo all’altro mondo!!! Altro che barbeque! Sono i gas emessi dagli animali ingozzati di mangimi e farine animali, la loro cacca che invade i campi, sono i gas derivanti dai viaggi che quelle povere bestie compiono stipate su camion o navi, sono i fumi delle industrie addette alle lavorazioni delle loro carni, gli scarichi di altri mezzi di trasporto che portano quella carne nei nostri supermercati ed infine l’ultimo anello della catena inquinante, quello delle nostre automobili che portano la bistecca in tavola nelle nostre case!

animali scorreggioni!

“Mentre deploriamo l’inefficienza energetica e lo spreco dovuto alla scelta di automobili che consumano molta benzina, l’inefficienza energetica e lo spreco legati allo spostamento verso un REGIME ALIMENTARE A BASE DI CARNE è infinitamente peggiore. Si consideri infatti che 1 ETTARO COLTIVATO A CEREALI PRODUCE IL QUINTUPLO (5 volte tanto!!!) DELLE PROTEINE DI 1 ETTARO UTILIZZATO PER LA PRODUZIONE DI CARNE. I LEGUMI PRODUCONO 10 VOLTE QUELLE PROTEINE, E I VEGETALI A FOGLIA 15 VOLTE LE PROTEINE PER ETTARO DI TERRENI DI PARI DIMENSIONI DESTINATI ALLA PRODUZIONE DI CARNE.” (…)

Non voglio superare il kilometro di lunghezza per questo post, ma a questo punto dovremmo parlare della qualità delle proteine della carne a confronto con le proteine di origine vegetale per quanto strettamente riguardante la nostra salute e sanità e si aprirebbero infinite parentesi sui problemi derivanti da un’alimentazione ricca di proteine e grassi di origine animale, con gli annessi problemi di accumulo di grassi “cattivi” e conseguenti problemi di peso e malattie metaboliche…

E allora forse oggi noi,  in cima a quella famosa catena alimentare, dovremmo guardare la nostra pancia, confrontarla con la pelle e le ossa di milioni di persone affamate (e vergognarcene un po’), vedere che la Terra soffre e si ammala, e decidere di scendere di un gradino.

spiderpork.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

4 Risposte a ““Il dilemma dell’ONNIVORO””

  1. il 14 luglio 2008 alle 13:07, The Nipposister scrive:

    Post interessante, almeno ho capito di piu` di un argomento che avevo solo sentito per accenni. A proposito dell’ultimo capoverso sulle proteine animali, so che tu dici peste e corna della carne, che se ne potrebbe benissimo fare a meno perche` piena di veleni, ma effettivamente le proteine animali non hanno qualche caratteristica a noi necessaria e che possiamo assumere solo mangiando bestie? Perche` qui in Giappone e soprattutto (ma non solo) nella mensa dell’universita`, si pubblicizza molto la carne di maiale (non pollo e mucche, maiale proprio). Non e` per ragioni commerciali, perche` dietro ai menu` della nostra mensa c’e` tutta una sezione dedicata all’alimentazione e alla salute degli studenti). Sui tavoli sono esposti dei cartellini informativi e recentemente sono comparsi quelli pro-carne di maiale. Essendo scritti tutti in giapponese non ho capito proprio tutto tutto ne` me lo ricordo adesso, ma mi pare si facesse l’esempio in particolare della proteina B1 che e` necessaria (per questo questo e questAAAARTRO MOTIVO!) ma che bisogna assumere dal porco e non dai vegetali. La prossima volta che mi capita sotto mano provo a rileggere il cartello. E poi: il problema “fisico” dell’alimentazione a base di carne sta nella carne in se` o nel trattamento della filiera industriale? Voglio dire, se la bestia mangiasse cose sane e fosse trattata in modo sano come si faceva secoli fa, mangiarla farebbe comunque male?


  2. il 14 luglio 2008 alle 18:10, Silvia scrive:

    Mia nipponica sorella, comincio a risponderti dalla fine:
    - se la muccotta mangiasse sano siamo tutti d’accordo che la sua carne sarebbe più sana per noi che ce la pappiamo; il problema è l’ALLEVAMENTO INTENSIVO, cioè l’essere “costretti” ad ingozzare gli animali, a farli mangiare davvero tanto per farli diventare molto grossi e quindi ricavarci di più (se penso al lato umano di questa cosa, anzi disumano, mi vengono i brividi); quindi servono tanti cereali, senza contare che i bovini vengono bombati anche di farine varie dove finisce di tutto e di più in termini di zozzerie (addirittura carne e pesce…dati ad un erbivoro…!), più i famosi anabolizzanti (sempre per incicciottirli di più).
    Quindi il problema è creato da due fattori: da cosa mangia la bestia e quanto.
    - per quanto riguarda l’INDISPENSABILITA’ della carne nella nostra alimentazione, personalmente appartengo a quella corrente di pensiero che ritiene che la carne possa essere assunta ma sporadicamente, primo perchè careali frutta verdura e legumi forniscono tutti i componenti necessari (i legumi sono dei veri e propri tesori di proteine), secondo perchè a ben guardare il nostro sistema digerente è più affine a quello di un erbivoro piuttosto che a quello di un carnivoro.
    A proposito puoi leggere questo articolo

    http://www.coscienzasalute.it/articoli_dettaglio.php?id=348&titolo=Gli_esseri_umani_non_sono_progettati_per_mangiare_carne

    sperando che il link ti funzioni!

    - poi c’è la questione delle carenze delle vitamine soprattutto del gruppo B e, quando si parla di regimi vegetariani, della carenza della vitamina B12, la cui grave carenza produce anemia e che è presente solo in alimenti di origine animale, quali gli organi e i molluschi, tuorlo d’uovo, pollame, carne, pesce, formaggi fermentati.
    Benchè tuttavia non esistano studi che dimostrino la reperibilità della vitamina B12 nei vegetali, c’è chi sostiene che la B12 sia presente nelle ALGHE.
    Diciamo che questo della “carenza da B12″ è il tallone d’achille della dieta vegana (quella cioè che esclude anche latte uova e formaggi), ma la vitamina B12 viene immagazzinata dall’organismo che poi se la gestisce nel corso degli anni, senza dover essere costantemente integrata…quindi direi che quelle 4 volte in cui da bambina mi hanno violentato facendomi mangiare il fegato mi bastano per il resto dei miei giorni…
    E comunque io la carne ancora la mangio…rarissimamente, ma ancora la mangio, e il pesce e i crostacei e molluschi li mangio…Ma forse presto arriverò a non mangiarli più…bho, vedremo.
    Ciau Spank.


  3. il 26 luglio 2008 alle 6:38, l scrive:

    “Il dilemma dell’onnivoro” è recensito in questo blog http://gruppo_lettura.blog.tiscali.it/
    e ci sono opinioni differenti sul “mangiar carne”.
    Ciao


  4. il 7 ottobre 2008 alle 11:27, Loretta scrive:

    Consiglio un altro libro bellissimo:

    TOXIC
    Obesità, cibo spazzatura e malattie alimentari: inchiesta sui veri colpevoli.

    http://www.nuovimondi.info/Article2269.html

    ciao.L.


Rispondi

 

Navigazione: